
INTERVISTA 1 · 16 DOMANDE
Come nasce un mondo possibile
Il futuro, l’utopia, l’esperienza personale e il ruolo dell’intelligenza artificiale.
Apri il PDF Scarica il PDFLeggi l’intervista completa
1. Perché ha scelto il titolo Il mondo che non c’è?
È un mondo impossibile o un mondo che potremmo ancora costruire?
Avrei potuto raccontare un mondo completamente diverso dal nostro, dominato dalla tecnologia, con alieni, dischi volanti, UFO e guerre stellari. Ma quella sarebbe stata fantascienza. Io, invece, ho voluto immaginare un mondo quanto più possibile reale. Un mondo che oggi non c’è, certo, ma che non è impossibile. È un mondo che, se lo volessimo davvero, potremmo ancora costruire.
2. Quanto c’è, in quel futuro, della sua esperienza personale?
Nel libro c’è sicuramente molto della mia esperienza personale. Ci sono i luoghi in cui ho vissuto e che conosco, ma anche la mia esperienza nel mondo del lavoro e quella sindacale. Non ho voluto immaginare un futuro astratto: sono partito dalla realtà che conosco per chiedermi come potrebbe diventare questo stesso mondo tra quasi cinquecento anni.
3. Qualcuno potrebbe dirle che è una bella utopia, ma che gli esseri umani non cambieranno mai. Cosa risponde?
Utopia? Sicuramente. Ma dire che gli esseri umani non cambieranno mai forse non è vero. Pensiamo a come vivevamo nel Medioevo e a come viviamo oggi. La società è cambiata, sono cambiati i diritti, il lavoro, la scienza e il nostro modo di vivere. Allora perché dovremmo credere che da qui al 2500 non possa cambiare ancora?
4. Non teme che qualcuno possa leggere il romanzo come un libro politico?
C’è questo rischio, ma non lo temo. Se qualcuno, leggendo il libro, potesse prendere spunto da qualche idea, certamente non mi dispiacerebbe. Credo che dobbiamo cercare di abolire le guerre, superare i confini e costruire un mondo più umano, più vicino alle persone e meno al denaro e alle cose. Certamente è un’utopia. Ma fa bene anche sognare, no?
5. Perché scrivere proprio adesso un romanzo ambientato quasi cinquecento anni nel futuro?
Avrei potuto scrivere del passato, ma sarebbe stato troppo semplice. Del passato abbiamo tutti i riferimenti di una vita vissuta. È molto più difficile provare ad avere idee e proiettarle nel futuro. Mi sono fatto aiutare a stendere il racconto, ma le domande, le idee e la visione di quel mondo sono mie. E fra quasi cinquecento anni, vuoi davvero che qualcosa di quello che ho immaginato non esista?
6. Quanto ha scritto lei e quanto l’intelligenza artificiale?
Questo è un problema aperto. C’è chi dice sì, c’è chi dice no. Sulla questione generale lascio il punto interrogativo. Però le domande sono mie, le idee sono mie, le scelte sono mie. L’intelligenza artificiale mi ha aiutato a trasformarle in un racconto. Se mi chiedete se riconosco questo libro come mio, la risposta è sì.
7. E a chi sostiene che il vero scrittore sia l’intelligenza artificiale?
Nel 2010 ho contribuito a scrivere Il libero lavoratore. All’epoca l’intelligenza artificiale, così come la utilizziamo oggi, non c’era. Avrei potuto scrivere anche questo romanzo senza IA: probabilmente avrei impiegato molto più tempo e mi sarei dovuto cimentare di più nella stesura. L’intelligenza artificiale mi ha aiutato. Non ha avuto le idee al posto mio.
8. Perché portare nel 2500 luoghi che appartengono alla sua vita?
Le domande nascono dal vissuto di ogni persona, e il vissuto è fatto anche dei luoghi nei quali siamo stati. Ma non credo di averlo fatto per lasciare qualcosa di me nel futuro. Forse ho cercato di lasciare qualcosa di diverso: non me stesso nel futuro, ma le mie domande sul futuro.
9. Quale domanda vorrebbe che restasse al lettore dopo l’ultima pagina?
Quella della prefazione: il mondo del futuro sarà soltanto quello che ci capiterà di trovare, oppure qualcosa che possiamo cominciare a immaginare — e forse a costruire — già oggi? Se il lettore continuasse a farsi questa domanda, per me il romanzo avrebbe già raggiunto il suo scopo.
10. Se potesse incontrare gli uomini e le donne del 2500, cosa chiederebbe loro?
Chiederei: «Voi come vedete il futuro tra altri cinque secoli?». Perché credo che ogni generazione debba continuare a interrogarsi sul futuro. Nel 2500 comincerebbero le domande sul 3000.
11. Da dove bisognerebbe cominciare oggi per avvicinarsi al mondo che immagina?
Comincerei dalle disuguaglianze. Se stessimo tutti bene, o almeno se tutti avessimo la possibilità di vivere dignitosamente, probabilmente avremmo molta meno paura dell’immigrazione, delle quote, dei confini e dei barconi che arrivano.
12. Se tutti devono stare bene, i più ricchi devono accettare di avere meno?
La mia generazione è cresciuta anche con poco. Avevamo meno cose di quelle che abbiamo oggi e a volte abbiamo conosciuto gli stenti, ma questo non significa che fossimo meno felici. Forse non dobbiamo immaginare un futuro nel quale tutti abbiano sempre di più, ma un futuro nel quale nessuno abbia troppo poco.
13. Perché un ragazzo di vent’anni dovrebbe interessarsi al 2500?
Gli risponderei: «Neanch’io ci sarò». Ma il mondo che racconto serve ad aiutarci a immaginare un mondo diverso e forse a tornare a sognare, in un tempo in cui si sogna poco.
14. Perché, nel finale, riportare il lettore dal 2500 al presente?
Perché il futuro non esiste senza un presente.
15. Dopo aver finito il romanzo era più ottimista o più pessimista?
Sicuramente più ottimista, perché è stato quasi difficile uscire da quel sogno e tornare dal futuro al presente. Quel mondo aveva cominciato, in qualche modo, a sembrarmi possibile.
16. Se fra cinquecento anni qualcuno trovasse il libro, cosa vorrebbe che pensasse di noi?
Vorrei che pensasse: «Cercavano di essere migliori, senza riuscirci». Ma almeno ci provavano.













